In pochi giorni era arrivato ad un grande risultato, tale
che tutti per via lo accostavano nella speranza di poter sentire meglio la propria salute
accanto a lui malato. Lo invidiai perché sapeva fare quello che voleva e m'attaccai a lui
finché durò la sua cura. Mi permetteva di toccargli la pancia che ogni giorno diminuiva,
ed io, malevolo per invidia, volendo indebolire il suo proposito gli dicevo:
- Ma, a cura finita, che cosa ne farà Lei di tutta questa pelle?
Con una grande calma, che rendeva comico il suo viso emaciato egli rispose:
- Di qui a due giorni comincerà la cura del massaggio.
La sua cura era stata predisposta in tutti i particolari ed era certo ch'egli sarebbe stato
puntuale ad ogni data.
Me ne risultò una grande fiducia per lui e gli descrissi la mia malattia. Anche questa
descrizione ricordo. Gli spiegai che a me pareva piú facile di non mangiare per tre volte
al giorno che di non fumare le innumerevoli sigarette per cui sarebbe stato necessario di
prendere la stessa affaticante risoluzione ad ogni istante. Avendo una simile risoluzione
nella mente non c'è tempo per fare altro perché il solo Giulio Cesare sapeva fare piú cose
nel medesimo istante. Sta bene che nessuno domanda ch'io lavori finché è vivo il mio
amministratore Olivi, ma come va che una persona come me non sappia far altro a questo
mondo che sognare o strimpellare il violino per cui non ho alcuna attitudine?
Il grosso uomo dimagrato non diede subito la sua risposta. Era un uomo di metodo e
prima ci pensò lungamente. Poi con aria dottorale che gli competeva data la sua grande
superiorità in argomento, mi spiegò che la mia vera malattia era il proposito e non la
sigaretta. Dovevo tentar di lasciare quel vizio senza farne il proposito. In me--secondo
lui--nel corso degli anni erano andate a formarsi due persone di cui una comandava e
l'altra non era altro che uno schiavo il quale, non appena la sorveglianza diminuiva,
contravveniva alla volontà del padrone per amore alla libertà. Bisognava perciò dargli la
libertà assoluta e nello stesso tempo dovevo guardare il mio vizio in faccia come se fosse
nuovo e non l'avessi mai visto. Bisognava non combatterlo, ma trascurarlo e dimenticare
in certo modo di abbandonarvisi volgendogli le spalle con noncuranza come a compagnia
che si riconosce indegna di sé. Semplice, nevvero?
Infatti la cosa mi parve semplice. È poi vero ch'essendo riuscito con grande sforzo ad
eliminare dal mio animo ogni proposito, riuscii a non fumare per varie ore, ma quando la
bocca fu nettata, sentii un sapore innocente quale deve sentirlo il neonato, mi venne il
desiderio di una sigaretta e quando la fumai ne ebbi il rimorso da cui rinnovai il proposito
che avevo voluto abolire.
Era una via piú lunga, ma si arrivava alla stessa meta.
Quella canaglia dell'Olivi mi diede un giorno un'idea: fortificare il mio proposito con una
scommessa.
Io credo che l'Olivi abbia avuto sempre lo stesso aspetto che io gli vedo adesso. Lo vidi
sempre cosí, un po' curvo, ma solido e a me parve sempre vecchio, come vecchio lo vedo
oggidí che ha ottant'anni. Ha lavorato e lavora per me, ma io non l'amo perché penso che
mi ha impedito il lavoro che fa lui.
Scommettemmo! Il primo che avrebbe fumato avrebbe pagato eppoi ambedue avrebbero
ricuperato la propria libertà. Cosí l'amministratore, impostomi per impedire ch'io
sciupassi l'eredità di mio padre, tentava di diminuire quella di mia madre, amministrata
liberamente da me!
La scommessa si dimostrò perniciosissima. Non ero piú alternativamente padrone ma
soltanto schiavo e di quell'Olivi che non amavo! Fumai subito. Poi pensai di truffarlo
continuando a fumare di nascosto. Ma allora perché aver fatta quella scommessa? Corsi
allora in cerca di una data che stesse in bella relazione con la data della scommessa per
fumare un'ultima sigaretta che cosí in certo modo avrei potuto figurarmi fosse registrata
anche dall'Olivi stesso. Ma la ribellione continuava e a forza di fumare arrivavo
all'affanno. Per liberarmi di quel peso andai dall'Olivi e mi confessai.
Il vecchio incassò sorridendo il denaro e, subito, trasse di tasca un grosso sigaro che
accese e fumò con grande voluttà. Non ebbi mai un dubbio ch'egli non avesse tenuta la
scommessa. Si capisce che gli altri son fatti altrimenti di me.
Mio figlio aveva da poco compiuti i tre anni quando mia moglie ebbe una buona idea. Mi
consigliò, per sviziarmi, di farmi rinchiudere per qualche tempo in una casa di salute.
Accettai subito, prima di tutto perché volevo che quando mio figlio fosse giunto all'età di
potermi giudicare mi trovasse equilibrato e sereno, eppoi per la ragione piú urgente che
l'Olivi stava male e minacciava di abbandonarmi per cui avrei potuto essere obbligato di
prendere il suo posto da un momento

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